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Enzo Ferrario: buon vecchio burbero padre del tennis roveretano

Noi tennisti di qualche generazione fa lo abbiamo conosciuto seduto dietro la scrivania del giudice arbitro. L’atteggiamento apparentemente burbero, lo sguardo severo con cui ti squadrava aggiustandosi la spessa montatura degli occhiali, prima di annotare sul registro il numero di tessera FIT. Se giocavi alla Baldresca o sui campi di via Lungo Leno, lui c’era. Sempre. Enzo Ferrario è stato il custode della memoria storica del tennis roveretano, ha attraversato stagioni cariche di promesse, gli anni della lenta quanto inesorabile trasformazione di uno sport destinato a lasciare per sempre le movenze signorili e languide per trasformarsi in un fenomeno di massa. Ricoprendo tutti i ruoli possibili: giocatore, presidente, segretario. Non raggiunse i vertici delle classifiche come fecero Comperini e Vido, ma rispetto a quello straordinario gruppo di tennisti che si fece strada a Rovereto alla vigilia della seconda Guerra mondiale, seppe mettere radici più profonde. Che germogliarono e crebbero nel tempo ispirando altri dirigenti lungimiranti e preparati.
TENNIS E ARTE - Su un campo di tennis ci era cresciuto, suo padre Carlo era stato il primo presidente del Tennis Rovereto, nel 1935, quando le partite avevano ancora le sembianze di un cortese appuntamento del tempo libero all’ora del thé. Quando la condotta di gioco era un segno dello stile, un tratto dell’uomo, della sua personalità e della sua etica, l’individualità non aveva ancora ceduto il passo all’uniformità. Carlo Ferrario era nato a Buscate, in Lombardia, ma si era trasferito a Rovereto al termine della Grande Guerra. Pittore, paesaggista e ritrattista con una predilezione per i soggetti femminili, si era diplomato all'Accademia di Brera, e agli inizi anni Quaranta aveva preso parte anche a una edizione della biennale di Venezia. Deposti i pennelli era diventato un industriale del colore, il tennis era stata una scoperta tardiva, ma vi si era dedicato con energia e una passione che aveva trasmesso ai due figli, Leonardo ed Enzo. Da autodidatta come tutti, a quei tempi non si conoscevano maestri, ognuno si inventava il suo tennis, i giocatori erano studiosi e sperimentatori insieme. Frequentava l’improvvisato e brullo rettangolo che si trovava negli anni Venti in piazza Rosmini, subito dietro il Palazzo dei Conti, nel cortile della vecchia Cassa di Risparmio. E come gli altri sparuti frequentatori allungava qualche piccola mancia al custode dell’Istituto bancario perché provvedesse a levigare il terreno e a coprire qualche buca. La rete era sostituita da un cavo metallico fissato alla bene e meglio sul quale erano state stese delle ampie e svolazzanti frange di tessuto colorato.

ISTRIONE - Leonardo ed Enzo erano stati allievi di quell’istrione, Giulio Supith, apparso a Rovereto a metà degli anni Venti come accompagnatore tuttofare dell’eccentrico conte Mamoli. Il primo allenatore e preparatore che si fosse mai visto in provincia. Lo chiamavano “il cinese”, per via dei tratti asiatici, degli occhiali tondi che gli conferivano l’aria sorniona. Pare che in realtà fosse di origini malesi, di sicuro in quegli anni aveva tirato fuori qualche buon giocatore. “Forse anche il campione che aspettiamo”, scriveva Emilio De Martino sulla pagina sportiva del Corriere della Sera commentando l’edizione ’33 del prestigioso torneo di Merano che avrà per protagonista Gino Vido, ligure di nascita, roveretano d’adozione. Portamento esile, movimenti flessuosi e sobri, Vido non era un fondista, ma il suo gioco si basava su una grande sensibilità e senso del campo. Intuendone le potenzialità il conte, che in Liguria trascorreva il lungo periodo invernale, lo aveva convinto a trasferirsi a Rovereto e a sottoporsi ai durissimi allenamenti che con spirito stoico Supith dirigeva incurante della pioggia o del sole accecante. E che sortiranno l’effetto sperato: Vido vestirà la maglia azzurra nella sfida di coppa Davis con il Principato di Monaco del 1937 e sarà campione poi d’Italia in doppio nel ’39 e ’40 al fianco di Cucelli e Marcello Del Bello.
L’ABITO NON FA IL MONACO - Anche il tennis nel frattempo è finito inesorabilmente nell’orbita fascista,. Come tutto lo sport. Irregimentato alla maniera militare, potente strumento di propaganda. Nel 1929 l’Opera Nazionale Balilla inaugura tra via Manzoni e via Tommaseo a Rovereto il primo campo ufficiale, due anni più tardi si giocano i campionati studenteschi, dominati dai bolzanini Nino Boscarolli e Valerio Leonardi. Che dalle colonne del giornale altoatesino si scaglia contro chi, “residuo di una generazione vecchia, stravecchia, crollante”, è ancora convinto che i tennisti non siano veri atleti, ma “eleganti sfaccendati distinguibili a vista d’occhio dai pantaloni bianchi e dalla giubba azzurra con i bottoni dorati”. Il Tennis non può essere considerato un passatempo “esclusivo dei gagà con l’erre moscia e signorine imbellettate”, rincara sarcastico il Valenti “Per quanto riguarda l’abbigliamento contro il quale specialmente s’appuntano gli strali dei denigratori, basta rispondere filosoficamente che l’abito non fa il monaco. Il costume del tennista, per quanto elegante abbia essere, non sdegna di fasciare dei muscoli potenti ed elastici e dei cuori saldi”. Come quelli del giovanissimo Ferrario che ha già lasciato intravedere tutte le sue promettenti qualità. Supith lo vuole con sé quando viene ingaggiato dal Circolo Italia Renon, un club ambizioso che ha allestito uno squadrone di Seconda categoria tesserando tra gli altri lo stesso Vido, il milanese Viganotti e il veronese Sandrini. Nel 1936 il Ct Renon arriverà a un passo dallo scudetto, piegato solo al doppio di spareggio dal Tc Milano, mentre Ferrario e Supith contribuiranno al successo nella Coppa del Decennale, il più importante campionato a squadre regionale.

LA GLORIOSA VIRTUS - Con la racchetta in mano non si vive, il tennis però aiuta. Ferrario può giocare e studiare Chimica all’Università di Bologna anche grazie a Giorgio Neri, futuro capitano di Coppa Davis e storico presidente della Federazione. Bolognese doc, alla gloriosa Virtus raccoglieva giovani promettenti e lo faceva rigorosamente a sue spese. Voleva che diventassero campioni, ma prima ancora uomini. Li alloggiava in un pensionato e li faceva studiare e poi allenare. Così farà pure con Ferrario, portandosi poi da Merano un ragazzetto che gli aveva suggerito proprio il roveretano, un tipo piccolo e magro dal tennis strano e dal rovescio a due mani, Beppe Merlo. Con la gloriosa casacca della Virtus Ferrario si toglierà parecchie soddisfazioni, su tutte nel 1941 il titolo nazionale nella Coppa Facchinetti, il più importante torneo a squadre di terza categoria. Lo stesso anno sarà semifinalista ai campionati nazionali individuali di Riccione, fermato solo dal milanese Franco Zampori, campione d’Italia con l’Ambrosiano di Cucelli e Gardini nel 1952 e 1953. Passerà in Seconda categoria, ma la guerra provvederà a spazzare via sogni e illusioni. Tornerà a Rovereto con una medaglietta d’argento che portava inciso il suo nome. Gliela aveva donata con affetto Neri, e resterà il ricordo più vivido degli anni bolognesi. Prima di salire ancora di categoria fa in tempo a riportare in alto il Ct Rovereto e a regalargli il titolo regionale della Facchinetti nel 1949, insieme a Comperini, Godio e Robol, sul vecchio e polveroso rettangolo di Via Tommaseo. Un anno prima dell’inaugurazione dei nuovi campi di via Lungo Leno.

BURBERO PADRE - “Ferrario è stato il padre del tennis roveretano - racconta l’avvocato Giampaolo Ferrari che fu a sua volta presidente del circolo e che accompagnò la nascita del complesso della Baldresca, un impianto che è ancora oggi un fiore all’occhiello del tennis trentino- un giocatore dalle grandi qualità tecniche, intelligente e paziente, anche se dal carattere piuttosto irascibile. Possedeva un rovescio subdolo, ma il suo era un tennis tutto basato sull’intuizione del rimbalzo.” Chioma fulva, fisico prestante ed elastico, Ferrario di calcoli se ne intendeva, sapeva prevedere con precisione velocità e curvatura della palla. Svariava dalla violenza alla dolcezza, dai rallentamenti perfidi, alle improvvise accelerazioni. “Con Comperini formava un doppio imbattibile - prosegue Ferrari - non ha mai voluto fare il maestro, ma fu il primo a imparare e a insegnare ai giovani, con i quali aveva sempre piacere di misurarsi in allenamento. E’ stato un esempio per tanti.” Non aveva però un carattere facile. “Era una persona schiva, a tratti spigolosa, non entrava in sintonia con tutti e ti dava sempre del “Lei”, ma sapeva rivelarsi generoso e prodigo di consigli all’occorrenza”, rivela Giuseppe Zenato, il presidente che portò la serie A1 a Rovereto nel 2009. Un torneo che di sicuro avrebbe strappato più di un sorriso compiaciuto al grande vecchio e scorbutico padre del tennis roveretano.

Autore
Luca Avancini

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