tennis.sportrentino.it
SporTrentino.it
News

Valerio Mosele: il decano dei maestri trentini si racconta

E’ passato mezzo secolo, ma è come se fosse ancora la prima volta. Valerio Mosele è sempre lì sull’amata terra rossa del Circolo di Riva del Garda a dispensare preziosi consigli, a regalare qualche buffetto di incoraggiamento ai più giovani. Il decano dei maestri di tennis trentini non è mai uscito dal campo, ha festeggiando i suoi primi cinquant’anni di attività continuando a fare quello che ama: insegnare. Con lo stesso piacere, lo stesso gusto, quell’aerea eleganza che ha sempre accompagnato ogni suo gesto. Forse è anche per questo che a dispetto degli anni pare uno di quei personaggi destinato a non invecchiare mai, a non ingrigirsi come tutti i comuni mortali.
GLI INIZI - Mosele era arrivato in Trentino nel 1953, da Castelnovo Bariano piccolo borgo della provincia di Rovigo. Il padre aveva appena vinto il concorso di segretario comunale a Riva. Ha otto anni quando si iscrive al suo primo corso di tennis, il maestro si chiama Masprone e viene da Roma, si fermava in estate sul lago di Garda ospite del dottor Alberto Pastorelli, dentista e allora presidente del circolo tennis rivano. “Ricordo che il primo giorno mi sono presentato con un paio di pantaloncini blu e una maglietta a righe, il maestro mi ha guardato di traverso e mi ha rimandato a casa a cambiarmi. Per fortuna sono riuscito a trovare un paio di pantaloncini e una canotta bianchi e così ho potuto iniziare a giocare. Andò bene, alla fine del corso mi regalò pure la sua racchetta, una Slazenger.” Valerio è un ragazzino sveglio e dotato, impiega poco a emergere. A quattordici anni mette piede sulla terra rossa di piazza Venezia. L’austerity del dopoguerra è finita e la Coppa Città Trento è tornata a splendere. Le gare sono state portate da sei a otto, con i singoli juniores, allievi (sotto i sedici anni), e seniores (riservato agli over 40), il tutto concentrato in appena quattro giorni. Dominano i veronesi Giavoni e Apostoli, ma nel singolo allievi si fa subito notare il piccolo ragazzino rivano, ha un tennis ancora leggero, ma intelligenza tattica e un buon tocco e sensibilità che gli permettono di vincere il titolo allievi contro il trentino Gretter e raggiungere la finale juniores, sconfitto solo dal meranese Moro in due combattuti set. Tornerà protagonista due anni dopo, nel 1965, battuto nella finale maggiore da Giuliano Maistri, “Il più tosto di tutti allora, forse non aveva il talento di Basso, ma giocava un gran bene a rete”. “Si consolerà con il titolo juniores, facendo sua la sfida con il roveretano Massimo Erspamer.

MARIO COMPERINI - A Riva ha la fortuna di incrociare Mario Comperini: “Mi allenavo spesso con lui, lavorava al dazio e durante la pausa pranzo veniva al circolo. Mi aveva preso in simpatia e a 13 anni mi accompagnò a Milano a giocare le finali della Lambertenghi. Parlava poco, ogni tanto mi lanciava qualche palla nel campo vicino e io dovevo correre a prenderla. Era il suo modo per allenarmi. Qualche volta andavo a casa sua, mi piaceva restare lì ad ascoltare le sue storie mentre accordava le racchette a mano. Aveva una forza spaventosa e un rovescio formidabile, unico.” Le prospettive allora però non erano molte “Arrivavi a un certo punto e lì ti fermavi. Quando vincevi un torneo il massimo che ti poteva capitare era un orologio, un tostapane, magari una radio.” Così Mosele decide di puntare sulla Scuola nazionale maestri: “Merito di Pippetto Ferrari, presidente del circolo di Rovereto, fu lui a convincere mio padre. Gli devo tanto.” Valerio sale su un treno per Roma nell’autunno del 1967. L’esame è selettivo “Eravamo una trentina, ne scelsero dieci. Poi alla fine rimanemmo in otto appena perché uno fu cacciato subito e un altro si ammalò. Ottenni anche una borsa di studio di centomila lire. Con quella somma riuscivo a pagarmi vitto e alloggio. E avanzavo pure qualcosina.” Si diploma l’estate successiva, è comincia subito a lavorare a Rovereto. “Mettemmo in piedi la prima scuola tennis della provincia. Con me c’era anche Mario Travaglia, uno straordinario organizzatore. Restai a Rovereto sei anni, l’ambiente era stupendo. Poi Bernardinelli e Gamba mi convinsero a tornare a Riva.”

I MAGICI ANNI SETTANTA - Siamo all’inizio degli anni Settanta, il tennis è diventato uno sport straordinariamente popolare, ha conquistato un nuovo pubblico. Sempre più persone vogliono impararlo, guardarlo, discuterne, giocarci. “Sono stati gli anni più belli, anche perché sono nati i due miei figli. Uno adesso lavora a Londra, l’altra dirige un grosso studio di Architettura a New York. Mi ha regalato due nipotini, Bianca Isabel di quattordici anni e Lorenzo di dieci, calciatore. Nostalgia? No, e poi credo sia inutile fare paragoni con il passato. Allora era più facile riconoscere i vari tipi di gioco, ognuno aveva un suo modo di interpretare il tennis, una sua personalità. Oggi i giocatori si assomigliano un po’ tutti, come caratteristiche e come impostazione. I materiali hanno cambiato ogni cosa, con le racchette in legno dovevi usare di più la testa, e alla fine emergeva solo chi aveva talento; ora prevale il giocatore-atleta, l’aspetto fisico è diventato preponderante. C’erano meno assilli, meno esasperazione, e i costi erano relativi. Ovviamente si giocava meno e lo scopo era semplicemente quello di insegnare tennis. Oggi si investe di più nella speranza di tirare fuori il campione”.
ARRIVA L’ORSO BORG - Chi trasforma per sempre il tennis ha un volto che pare quello di Gesù, bello e affascinante con una massa di capelli biondi trattenuti dalla fascetta. Indossa una maglietta che diventerà un’icona. Gianni Brera lo paragona a un contadino con la roncola. “Era divertente vedere i più giovani, ma anche qualche anziano socio del circolo, cercare di modificare l’impugnatura per imitare Borg. Finivano il più delle volte per tirarsi la palla sui piedi, con quelle prese senza un adeguato lavoro del corpo e della racchetta era difficile indovinare un colpo.”
L’EPOCA D’ORO - Mosele continua a giocare anche negli Ottanta con le maglie di Riva e Trento. “Riuscivo a disputare ancora qualche torneo, ma era dura. Fare il maestro a quei tempi significava restare in campo anche dodici ore al giorno. Il che non ti lasciava molto tempo libero per l’agonismo. Erano anni incredibili, ricordo che avevamo oltre cinquecento soci a Riva. Io lavoravo dal lunedì al venerdì, il sabato poi andavo a Tione e ci restavo dalle due del pomeriggio alle undici di sera, la domenica invece salivo a Tremosine per giocare con i turisti tedeschi. Non avevo cesti, ma soltanto sei palline. Bastavano.”

IL BINOMIO CON JACK READER - “Lavorare insieme a Jack Rieder per quasi dieci anni è stata una straordinaria opportunità di crescita.” Il tecnico australiano, oggi coach di Dolgopolov, era sbarcato a Malcesine a metà degli anni Ottanta. “Fu Paolo Pederzolli, allora presidente, a portarlo a Riva. Abbiamo subito legato, e ancora oggi di tanto in tanto ci sentiamo. Aveva un modo di giocare differente dagli altri e un enorme bagaglio di conoscenze. Era stato collaboratore anche di Nick Bollettieri. Parlavamo molto, di tecnica, di allenamenti. E ci confrontavamo spesso anche con i maestri tedeschi che scendevano sul lago di Garda, soprattutto a Limone. Io osservavo e immagazzinavo nozioni e movimenti.” Non è un caso quindi se Riva in quel periodo comincia a sfornare talenti in serie: Andrea e Luca Stoppini, Daniele Remondini, Enrico Slomp, Andrea Pederzolli, Cristian Mazzardi, Francesca Cicciariello, Paola Bottesi. L’elenco è lungo, e in testa c’è l’allievo prediletto, Andrea Stoppini. “Non era difficile intuire che avrebbe fatto strada, aveva una determinazione superiore nonostante fosse un buono per carattere.” Reader è anche l’artefice della prima serie A trentina, è il 1988, nella formazione rivana ci sono anche Marco Filippeschi, toscano di Follonica, il romano De Minicis e il bombardiere americano Cary Coneour “Un’esperienza bella, straordinariamente dura e impegnativa. Perdemmo lo scudetto per una partita, vinse Bergamo di Massimiliano Narducci e Michiel Schapers, che allora era numero 22 al mondo.”
UN RICORDO CURIOSO - “Siamo a metà degli anni Settanta, un giorno un amico tedesco mi propone una racchetta con la doppia accordatura. L’aveva inventata una sua conoscenza (il bavarese Fisher n.d.r.). Era difficile da usare, quasi ingovernabile. Non potevi giocare il topspin, dovevi limitarti a mettere in campo la prima palla in slice, ma per l’avversario era impossibile rispondere, la palla prendeva effetti allucinanti, incontrollabili.” E’ durata poco, la “racchetta spaghetti” venne dichiarata presto fuorilegge. Una rivoluzione mancata, tra le tante che hanno investito vorticosamente uno sport che ha perso da tempo la sua purezza religiosa. Laicizzato e proiettato nella modernità, nell’era della fredda riproducibilità tecnica. Una cosa però non è mai cambiata “Il piacere che si prova nel colpire una pallina, nel sentirla accarezzare le corde della racchetta. Quella sensazione è inimitabile e io non mi sono ancora stancato di provarla.”

Autore
Redazione
© www.sportrentino.it - strumenti per i siti sportivi - pagina creata in 0,312 sec.