Riccardo Bellotti: con l'Ata in A1 per risalire la china
Dalle esperienze negative, anche da quelle più amare, si può imparare molto. E trovare la forza per rialzare la testa. Ne è convinto anche Riccardo Bellotti, uno dei punti di forza della formazione dell’Ata di serie A1. “Trentino al 50%”, come si definisce lui stesso. Intimamente mitteleuropeo. Nato a Vienna 23 anni fa da padre rivano e madre slovacca di Bratislava, Riccardo sta faticosamente tentando di risalire le classifiche dopo una stagione a dir poco deludente.
“Un voto al mio 2014? Preferisco non darlo – spiega accennando un sorriso – quello che so è che ho fatto una scelta sbagliata e ne ho pagato le conseguenze. Cambiare mi ha fatto molto male.”
L’errore è stato lasciare la capitale austriaca, abbandonare coach tosti e preparati come Gunther Bresnik e Wolfang Thiem, gli allenamenti duri con compagni affermati quali il lettone Ernests Gulbis, numero tredici al mondo, e Dominic Thiem (il figlio di Wolfang). Tutto per seguire un velleitario progetto di Accademia nel veronese. Naufragato presto, come i sogni di Riccardo, passato dal numero 227 del luglio 2013 all’attuale numero 590.
Dopo Undici titoli Itf e tre finali, il grande tennis accarezzato alle qualificazioni degli Us Open, sono arrivati i momenti difficili. Insieme alle sconfitte, le delusioni, la sfiducia.
“Mi sono lasciato trascinare dai soldi. Ho pensato che potessero arrivare guadagni importanti in poco tempo. Mi sbagliavo.”
Una sincera e severa autocritica. Riccardo ora è un ragazzo più maturo e consapevole. E con grande umiltà ha deciso di rientrare a casa, da chi gli aveva insegnato molto. Un ritorno da figliol prodigo ma senza festa, sui campi del Suddeutsche Zentrum, dove si allena anche l’Admira Wacker di calcio. Per mettersi di nuovo nelle mani di Bresnik e Thiem padre, ai quali nel frattempo si è unito pure l’austriaco Haider-Maurer.
“Quando sono tornato a Vienna in estate per due settimane ho fatto pure il muratore, con la ditta del fidanzato di mia sorella, il campione egiziano di kickboxing Mohamed Fahr. Alzarmi alle cinque di mattina e lavorare sodo, spaccando muri, mi è servito a capire molte cose. Cosa significa sudare per mettere in tasca mille euro al mese. E’ stata un’esperienza fondamentale dal punto di vista umano, mi ha caricato, restituito la voglia di farcela, di tornare al massimo e non fermarmi qui.”
I soldi, già, anche quelli contano
“Sì, ma fino a un certo punto. Adesso è più importante giocare bene.”
Cosa altro si può salvare del 2014?
“Una grande lezione: credere alle persone giuste e non lasciarsi tentare dalle parole, dalle promesse vuote. E’ dura perdere al primo o al secondo turno quando prima raggiungevi la finale o vincevi il titolo. Ti passano per la testa brutti pensieri. Ma io non voglio mollare.”
Gli obiettivi futuri…
“Voglio tornare tra i primi duecento al mondo. Ritrovare continuità, colpi e grinta. Quella che avevo un anno fa. Per questo devo solo pensare ad allenarmi. Giocare e giocare, non mi serve altro.”
Qualche settimana fa era arrivata pure una telefonata di Sergio Palmieri, il direttore degli Internazionali di tennis, insieme all’offerta di alcune wild card per i Challenger italiani
“Gli ho risposto cortesemente che le wild card non mi interessano. I tabelloni principali devo conquistarmeli sul campo.”
L’avventura in A1 con l’Ata è cominciata nel migliore dei modi, dove può arrivare questa giovane squadra?
“Con Grigio (Grigelis n.d.r) abbiamo guardato il girone e scherzando ci siamo detti, “Quest’anno al massimo ci salviamo”. Ma intanto abbiamo battuto Casale e chissà cosa può succedere da qui alla fine. Siamo un gruppo molto unito e motivato che se la giocherà con tutti. Io voglio dare il massimo perché all’Ata mi sento davvero bene. Come a casa.”