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Eroe per caso in A1: alla scoperta di Marco Brugnarotto

Sarebbe ingeneroso definirlo un eroe per caso. Ma certo senza l’infortunio alla mano di Riccardo Bellotti, in pochi forse si sarebbero resi conto appieno del grande talento di Marco Brugnerotto. Sangue trentino nelle vene, un tennis esuberante ed esplosivo, tanto carattere, unito a quel pizzico di incoscienza giovanile, indispensabili per gettare il cuore oltre l’ostacolo e spingere il team del presidente Renzo Monegaglia verso un traguardo, la salvezza, che qualche settimana fa pareva davvero una chimera. Se l’Ata potrà giocare la serie A1 anche nella prossima stagione molto lo deve a questo ragazzo nato a Varese 21 anni fa, con una classifica di 2.3 che non rispecchia il suo vero valore. Una piacevole scoperta dopo un avvio tutt’altro che promettente, come i due games appena racimolati nel match d’esordio di Crema con un vecchio lupo come Andrey Golubev. C'era il serio rischio di scoraggiarsi dopo una sconfitta così, non Marco che alla prima esibizione sui campi di casa ha fatto chiaramente capire a tutti di che pasta è fatto, spazzolando il 2.1 toscano Jacopo Stefanini, numero 500 al mondo. Poi tante buone partite sino alla doppia vittoria in singolo nella sfida di play-out con un 2.2 di grande esperienza qual è il romano Giulio Di Meo. L’ultima con una rimonta da urlo, sotto 1-4 nel terzo e decisivo set. Rimonta che ha consegnato all'Ata un punto fondamentale in chiave salvezza.
Ripartiamo da lì allora, da un match che pareva nelle mani di Di Meo.
“Sì è vero, non era una situazione semplice, anche per via delle condizioni ambientali, all’aperto e sulla terra, una superficie che mi risulta ancora un po’ indigesta. Ma ero sotto solo di un break e sono riuscito a rimanere tranquillo. Sapevo che la partita non era affatto finita, ho cercato di avere più coraggio, di mettere i piedi dentro il campo e di spingere. E’ andata bene.”
Una salvezza acciuffata quasi per i capelli, ma con merito
“Ci siamo ritrovati in un girone davvero tosto con tre squadre che puntavano tutte al primo posto. Era difficile fare meglio, con una formazione molto giovane e un solo giocatore con punti Atp. Abbiamo gestito bene la pressione, senza scoraggiarci per i risultati negativi, restando sempre sereni. Il Due Ponti Roma era probabilmente l’avversario più abbordabile per i play-out, ma noi siamo stati bravi a sfruttare l’occasione.”
Anche Brugnerotto non si è lasciato sfuggire questa importante vetrina
“Ero partito con l’idea di essere la riserva di Bellotti, poter giocare è stata una bella opportunità per salire di livello. All’inizio ero molto teso, ma poi sono riuscito a sbloccarmi e a disputare delle buone partite. Negli ultimi quattro anni ho potuto giocare poco per via dei tanti infortuni, un peccato perché da under 16 ero riuscito a entrare tra i primi cento al mondo e anche da junior avevo una buona classifica attorno al numero 400. Ho ancora l’ambizione di salire, ma non sapevo se avrei potuto reggere il confronto con gente di un certo livello. Devo ringraziare tantissimo i dirigenti dell’Ata che mi hanno dato la possibilità di giocare sempre, singolo e doppio, sono contento di aver ripagato la loro fiducia.”
Marco e l’Ata, non una scelta casuale, il papà Massimo, trentino doc, ha giocato qui negli anni ottanta quando ancora c’erano soltanto sei campi in cemento grigio e una piccola casetta per i servizi. E' stato un buon tennista di Coppa Italia al fianco di Daniele Bernardi, padre di Mattia. A diciotto anni è emigrato in provincia di Varese, qui è diventato maestro di tennis e ha aperto un paio di circoli, tra cui l’Isola Virginia a Cassinetta di Biandronno, piccolo borgo adagiato sulle sponde del lago di Varese. Marco, secondo dei due figli, non pareva inizialmente destinato a seguire le orme paterne, alla racchetta sembra preferire il pallone. E’ bravo ed entra nelle giovanili dell’Inter.
“Il calcio è sempre stato una passione di famiglia. Giocavo da esterno sinistro e me la cavavo abbastanza bene. A dodici anni però ho mollato tutto perché quell’ambiente non mi attirava più. Ho deciso di dedicarmi completamente al tennis, è uno sport individuale e i successi sono tuoi. Mi piace l’idea di lottare da solo e di non dover dipendere dagli altri per vincere o perdere. L’Ata è stata una scelta facile, mio padre è cresciuto in questo circolo, io stesso conoscevo un po’ tutti, il presidente, Max il maestro. Mi piace tantissimo giocare i campionati a squadre e volevo farlo in un gruppo che in qualche modo mi appartenesse. E qui mi sento in famiglia.”
E la voglia è quella di restare
"Sì, ci terrei molto a continuare a far parte del progetto. Naturalmente so che quando tornerà Bellotti potrei avere meno spazio, ma credo che molto dipenderà dalle scelte e dagli obiettivi della società. A breve ne parleremo. Dovessi andare via resteremo di certo in ottimi rapporti."
L'esperienza della serie A è servita molto ai più giovani, Mattia Bernardi, Davide Ferrarolli e Stefano D'Agostino. Che consigli ti senti di dargli?
"Sono cresciuti parecchio, e hanno giocato al meglio proprio nelle partite che contavano di più, è un segno di personalità. Adesso non devono fermarsi, non credere di essere già diventati giocatori veri. La strada per arrivare è lunga, ma di sicuro la A1 è stato un ottimo punto di partenza."
Gli obiettivi futuri di Brugnerotto?
"Ho tanta voglia di giocare, di recuperare il terreno perso. Ho ancora tre anni buoni davanti per capire dove posso arrivare, l'importante sarà lavorare bene e con impegno con i miei maestri, mio papà, Eugenio Rossi, i preparatori atletici Giovanni Amarelli e Gaspare Lumia, che ogni giorno danno il massimo per farmi crescere. Il sogno è quello di entrare tra i primi cento giocatori del mondo, ma in questo momento non voglio pormi obiettivi di classifica. Nel 2018 comincerò a disputare i primi tornei Futures, sperando di alzare il mio livello e di riuscire a prendere i primi punti Atp. Non sarebbe male chiudere la prossima stagione entro i mille. Dovrò impegnarmi a giocare di più sulla terra che non è propriamente la mia superficie. Sul veloce mi esprimo meglio grazie soprattutto al servizio e alla risposta, ma devo lavorare sul diritto, renderlo più incisivo, imparare ad alzare le traiettorie."
C'è un modello a cui ispirarsi?
"Beh Roger Federer è l'idolo di sempre. Ma lui non è imitabile, perché i suoi colpi vanno contro ogni logica tennistica. Mi piacciono Goffin e Nishikori, tennisti veloci, abili a togliere il tempo agli avversari."

Autore
Redazione
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