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Il "gioco ignorante", ricetta vicente nello sport e nel tennis

Pensare troppo fa male. Almeno nello sport. Può condizionare negativamente la prestazione, nel tennis come in qualsiasi altra disciplina. C’è una sindrome, scriveva il grande Arthur Ashe, chiamata paralisi per troppa analisi, porta gli atleti ad avere il braccino, a gettar via partite già vinte. Il segreto è lasciare libera la memoria implicita, quella che si rafforza attraverso la ripetizione ossessiva dello stesso gesto. È il modello di base della famosa scuola Bollettieri, è la celebre teoria del padre di Agassi che fa allenare il figlio col “Drago”, la macchina spara palle fatta in casa, nella convinzione che una volta arrivato al milione di palline colpite il piccolo Andrè diventerà imbattibile. L’obiettivo dell’allenamento intensivo, spiegava Roy Emerson, grande campione australiano “E' arrivare al livello tale per cui non pensi più alla meccanica del gesto durante il match, ma solo a dove vuoi mandare la pallina”. È il cosiddetto ‘gioco ignorante’. Una provocazione? Assolutamente no, ma uno stato di flow durante il quale la mente funziona “col pilota automatico”. Al contrario, attivare la memoria esplicita o dichiarativa, quella che ci permette, per esempio, di descrivere a parole le azioni compiute, rischia di crearci delle interferenze o di generare autentici corto-circuiti celebrali che tolgono fluidità e sicurezza alla prestazione. Per non parlare di quando nella nostra testa continuiamo a rimuginare e ruminare sugli errori fatti, o peggio ancora sulle occasioni che ci siamo lasciati sfuggire.
Meglio sfatare insomma il famoso detto popolare “Pensa bene a quello che fai”, sul campo da tennis mettersi a congetturare troppo rischia di complicarci inutilmente la vita. Imparare a colpire la palla senza riflettere, questo è il segreto per vincere. I grandi campioni ci riescono, come ci spiega bene Dario Carloni, specializzato in psicologia dello sport, appassionato tennista e prezioso collaboratore della Scuola Tennis del Ct Rovereto. L'unica scuola in regione, insieme a quella del Tc Rungg, ad aver ottenuto la qualifica di Top School, anche grazie alla sua presenza.
“Non pensare significa interiorizzare, giocare con la menta libera – sottolinea Carloni – questo ci permette di focalizzare l’attenzione solo sul gesto tecnico.” La componente psicologica d’altra parte è sempre stata fondamentale, nel tennis come negli altri sport. Ma quanto si può migliorare la testa di un atleta? “Tanto – spiega ancora lo specialista rivano – quando il lavoro dello psicologo riesce a integrarsi con quello dei tecnici in campo, e aiutare l’atleta a gestire l’ansia prima e durante le partite, attraverso tecniche mentali di mental training. Non solo, è possibile supportare al meglio pure l'azione sul campo nell'allenamento, con tecniche di visualizzazione e pratiche innovative che hanno lo scopo di aumentare la performance del colpo. In particolare attraverso gli strumenti dell’ipnosi e dell’autoipnosi, che permettono di consolidare la memoria corporea costruita durante gli allenamenti in modo più veloce e stabile, portando a miglioramenti nell’esecuzione dei gesti, nell’equilibrio, nella forza e nella reattività. Grazie all’ipnosi e all’autoipnosi si possono regolare gli stati emozionali dell’atleta, consentendogli in questo modo di scaricare pensieri e distrazioni che influenzano negativamente la prestazione.” Tecniche che Carloni ha sperimentato con successo insieme agli agonisti di punta del Ct Rovereto. Come dimostra anche un divertente siparietto con Andrea Stoppini, ex numero 161 al mondo, tutto da seguire (foto in alto). I video che si trovano sulla pagina Facebook di Dario Carloni ci aiutano a capire in che modo si può agire positivamente sulla nostra mente. Imparando a vincere innanzitutto le nostre ansie da prestazione.

https://www.facebook.com/DarioCarloniPsicologoSport/

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Redazione
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