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Giovanni Enrico Sizzo de Noris: quella voglia di tennis

C’è la stessa speranza, il medesimo desiderio di tornare alla normalità dietro l’immagine di quei campi tirati a lucido, spolverati da un nuovo manto di terra rossa, apparsi un po’ ovunque in questi giorni di tenero sole primaverile. Smessi i palloni pressostatici, in tutti i circoli si aspetta soltanto un cenno per ripartire, per ricominciare a giocare. Un’autorizzazione che potrebbe arrivare forse già dal prossimo 4 maggio. C’è tanta voglia non solo di tennis, ma di riappropriarsi della propria vita, delle proprie abitudini e passioni. Quella stessa voglia che settantacinque anni fa spingeva uno sparuto manipolo di appassionati a varcare i cancelli di piazza Venezia, farsi strada tra i calcinacci, le sterpi, le recinzioni divelte. Disorientamento e angoscia si facevano sentire allora come adesso, anche se alle spalle si scorgevano lacerazioni ben più profonde, quelle lasciate da un conflitto terribile e devastante. Oggi a tracciare i segni dolorosi è un nemico subdolo e invisibile, che si è infilato in maniera perfida nel nostro tessuto umano. Non possiamo evadere la realtà drammatica che stiamo vivendo, ma come è successo dopo quel famoso venticinque aprile, cominciare a plasmarla con la cura dei desideri, con pazienza e volontà. Lo sport può aiutarci a ritrovare la strada, ricongiungerci alla vita. Lo ha sempre fatto.

RICOSTRUZIONE - All’inizio dell’estate del ’45 si scava tra le macerie, tra ferite che ancora sanguinano. Manca di tutto, a Trento come altrove. La città è grigia e triste, si specchia malinconica nelle facciate deturpate dei palazzi, nell’animo di chi ha una sola grande preoccupazione, sfamarsi. Anche il Circolo Tennis inaugurato appena cinque anni prima, è completamente sfigurato dalla guerra. In piazza Venezia c’è parecchio da fare, il terreno si trova in pessime condizioni, bisogna liberarlo dalla gramigna, coprire le buche, mancano le reti metalliche che sono state asportate. Durante il periodo bellico i campi erano stati utilizzati dal Comune come mercato e la palazzina era stata adibita a dispensario per lattanti. Ma la maggior parte della gente attraversava di corsa i due rettangoli per infilarsi nei rifugi antiaerei durante i bombardamenti, una lunga rete di cunicoli scavati nella roccia che si snodavano da piazza Venezia sino in cima a Via Grazioli. Ciuffi d’erba e arbusti sono cresciuti tra le crepe della terra, c’è molto da fare, nessuno dei dirigenti trentini però si perde d’animo. Comune e Azienda Autonoma del Turismo si rimpallano le responsabilità, non è chiaro chi deve pagare per rimediare ai danni subiti dalla struttura. Intanto lo fa qualcun altro, è un nobile, “di fatto e di cuore”, come scrive qualcuno sul giornale. Si chiama Giovanni Enrico Sizzo de Noris, ha trentacinque anni, ma è già un personaggio conosciuto in città. E’ un buon giocatore, e un dirigente instancabile che ha coagulato attorno a sé un buon gruppo di appassionati. Preferisce muoversi discreto dietro le quinte, ma la sua resta la voce più ascoltata quando c’è da prendere una decisione. Mette mano al portafoglio con pudore e disinteresse, quando serve. E serve spesso. Appartiene a una generazione che ha affidato all’aspetto ben curato, ai modi garbati e signorili, il compito di presentare i suoi valori: precisione, rigore e onestà. Se il tennis trentino può tornare a vivere dopo gli anni duri della guerra, organizzare solo qualche mese più tardi un torneo nazionale che consacrerà l’astro nascente di Beppe Merlo, lo deve proprio a questo signore distinto dall’aria apparentemente severa, che non sorride mai nelle fotografie. Non solo, Sizzo avrà un ruolo decisivo nella crescita di un movimento, che a Trento come nel resto d’Italia, finirà per esplodere come fenomeno di costume e di massa negli anni Settanta. Non farà mai il presidente, ma attorno a lui si formeranno e si completeranno gran parte dei dirigenti di spicco, non solo del circolo, ma di tutto il tennis provinciale. Almeno sino a quando il mondo dei gesti bianchi non si perderà definitivamente nella modernità.

IN LUNGO - “Sizzo aveva il pantalone bianco rigorosamente lungo anche in pieno agosto, attento alla piega, curatissimo - ricorda con un sorriso Mariella Torta che lo conobbe nei primi anni Sessanta - Ti salutava sempre con il baciamano. Affascinava con i suoi modi fuori dal tempo. Ma quei gesti fatti da lui avevano un senso. E si accettavano, con naturalezza, senza imbarazzo.” Era stato il padre Giovanni a trasmettergli la passione, un atleta vero, un eccellente tennista che valeva un buon seconda categoria dell’epoca. Sportivo, amante della montagna il conte Giovanni era arrivato a Trento alla fine degli anni Venti, dopo aver vissuto a lungo tra Svizzera e Austria. Senza mai rinnegare la sua italianità, orgogliosamente difesa nel primo conflitto mondiale combattuto tra le fila dell’esercito tricolore. Il figlio Giovanni Enrico era nato a Innsbruck e aveva trascorso lunghe estati estati tra i boschi d’oltralpe, durante le quali il padre gli raccontava spesso storie epiche di partite e di campioni elegantemente vestiti di bianco. A voce bassa, intrecciando ricordi e letture, esperienze e osservazioni. E lui si era imbevuto di questi racconti coltivando l’amore per il tennis. In quella ostinata devozione ai lunghi pantaloni di flanella, si esprimeva in fondo tutta la sua eleganza, la ricerca di un tennis capace di spingersi oltre i momenti laceranti di tensione agonistica, oltre i risultati, per fermarsi alla bellezza semplice e naturale di un gesto. Non aveva colpi risolutori, ma sul campo si difendeva piuttosto bene, e la sua natura flemmatica gli consentiva di affrontare anche i giocatori più aggressivi con invidiabile compostezza, senza mai perdere il filo del gioco. Il diritto era poco incisivo, ma la smorzata e il back di rovescio erano precisi ed efficaci, e sapevano mettere in croce avversari più dotati. “Sizzo è stato a lungo uno dei tennisti più forti del circolo, se non il più forte - annoterà Sergio Taddei, avvocato e fratello di Marcello che fu a lungo presidente del Ctt - Noi ragazzi volevamo sempre giocare con lui, perché era un avversario ostico e perché giocava con palle nuove.” “Ancora alla fine degli anni Cinquanta - aggiungerà Luciano Borlotti - se volevi essere qualcuno al Circolo Tennis Trento dovevi battere Sizzo. Molti buoni tennisti sono cresciuti con lui, come Agostino Spagnolli, Alberto Franzinelli e Claudio Pegoretti. E’ stato sicuramente un esempio per tutti i giovani del circolo.”

RACCATTAPALLE - Soprattutto per quei ragazzini che il tennis lo rubavano con gli occhi, che attraversavano il campo il lungo e in largo con vecchie e lise scarpe di pezza e le vesciche sui piedi per rincorrere le palline. Il Coronavirus li metterà in prepensionamento, ma i raccattapalle hanno alimentato a lungo il tennis, e hanno contribuito a democratizzarlo. Anche Marco Dalla Fior, avvocato, ex vice sindaco di Trento, aveva iniziato al circolo come raccattapalle prima di diventare un promettente tennista: “Ci sedevamo sui gradini della tribuna e aspettavamo che qualcuno ci chiamasse. Capitava quasi sempre, soprattutto quando in campo c’erano il conte Sizzo o Antonio Sassudelli. Ricordo che il conte lasciava una mancia e offriva l’aranciata, quella era di rigore, e ogni tanto regalava anche tre palline, usate ma pregiatissime.” “Sizzo e il Noti non scendevano mai in campo senza raccattapalle - precisa l’amico Giorgio Baruchelli - ma c’erano altri soci come loro; noi ragazzi potevamo guadagnare venti, trenta lire all’ora, l’equivalente di un giornale o di un caffè. Con un paio di ore riuscivi a pagarti il cinema o a berti una coca cola.” La quota costava cinque mila lire, un quinto di un normale stipendio operaio, l’equivalente di duecento, duecentocinquanta euro. Non erano gran cifre in fondo. “Il tennis non era una questione economica, quanto mai di frequentazione. La maggior parte dei soci erano professionisti, imprenditori, medici e professori. Io comunque ho sempre avvertito all’interno del Circolo un’atmosfera per così dire democratica, non ho mai percepito quella puzza sotto il naso che invece si coglieva ben più evidente in altre realtà”. Il nostro non era un circolo d’elite - l’opinione di Sergio Taddei - La nobiltà era data solo dal conte Sizzo. Lui era l’unico a vestire con eleganza, a giocare con i pantaloni lunghi. E’ vero arrivavamo quasi tutti da famiglie benestanti, ma non ricche, e di soldi in giro ce n’erano davvero pochi a quei tempi. ”

Autore
Luca Avancini
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