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Claudio Rosini: il tennista che visse due volte

Il tennista che visse due volte. Il ragazzino dal braccio d’oro che si affacciava un po’ impacciato, ma carico di promesse sulla terra rossa del Ct Trento, il maestro riscopertosi a 39 anni giocatore da serie A sui campi dell’Ata Battisti. Giusto in tempo per raggiungere quello che per tanti è il traguardo di una vita. La vicenda tennistica di Claudio Rosini è la storia di una ostinata tessitura, di strappi e ricuciture. Più che la rincorsa a un talento sfuggente, la ricerca permanente di armonie nascoste, di invisibili linee di frattura. Qualcuno ci ha visto dell’indolenza, della pigrizia tennistica, l’abbandonarsi al fluire delle cose lasciando che la volontà si affievolisse, per dare spazio all’estro. Che da solo spesso non basta per salire in alto, ma che gli ha assicurato comunque tanti successi nel giardino di casa, il Grand Prix Trentino. “Forse è mancato pure il coraggio di provarci, ma allora non c’erano le possibilità che i ragazzi hanno oggi di allenarsi e certe decisioni richiedevano volontà e convinzione - spiega lui - Io non ero disposto a trasferirmi fuori regione, a lasciare la scuola. Ho preferito fare una scelta di vita diversa.” Scelta che non ha lasciato mai lo spazio ai rimpianti: “Assolutamente no, al massimo un po’ di curiosità, di scoprire dove sarei potuto arrivare se mi fossi allenato seriamente.”

RILANCIO - Oggi a cinquant’anni Rosini ha l’aria disincantata e insieme distaccata di sempre, un fisico invidiabile, asciutto ed elastico, coltivato con la passione della corsa sulle lunghe distanze, praticata con buoni risultati quando la maggior parte dei suoi coetanei ha ormai riposto ogni genere di velleità agonistica. Il braccio incanta ancora, la straordinaria manualità gli consente di scherzare gli incauti avversari che incontra nelle brevi comparsate, quasi distratte, che si concede nei campionati a squadre, con il Ct Mezzocorona, dove lavora come maestro. Il circolo del presidente Mauro Giovannini è una piccola e rassicurante oasi felice che richiama quasi cento ragazzini. Distanti, ma felici, con la fine del lockdown il tennis si è riscoperto uno sport vincente. “I genitori sono tranquilli - conferma Rosini - si sentono più sicuri e tutelati con un gioco divertente e privo di contatto fisico, la rete aiuta a mantenere le distanze e permette ad allievo e maestro di chiacchierare tranquilli” La riscossa del tennis era già cominciata prima della pandemia, spinta dai risultati dei nostri giocatori, di vertice, Matteo Berrettini, Fabio Fognini, il giovanissimo altoatesino Jannik Sinner, e adesso i campi si stanno riempiendo di ragazzini un po’ ovunque.

ANNI D’ORO - Sembra quasi di essere tornati ai bei tempi, agli anni Ottanta. Quelli in cui Rosini cominciava a mietere i suoi primi risultati. Sgrezzato dall’austero maestro Di Biasi, indirizzato dal bolognese Vannini fino alla crescita definitiva sotto la cura paziente del romano Patrizio Zandri. “Il più innovativo tra tutti i maestri, quello che mi ha insegnato di più”. In piazza Venezia si allena con i fratelli Alberto e Alessandro Chiesa, Andrea Morone, una generazione di predestinati. Con Alberto formerà la coppia più vincente nella storia del Grand Prix. Alex aveva colpi più flessuosi e brillanti, molti avrebbero scommesso su di lui per il futuro, ma era uno a cui non piaceva soffrire in campo; Alberto, padre di Deborah, aveva invece fondamentali solidi, spirito e voglia di lottare anche se tendeva a smarrirsi nelle difficoltà. "Ecco, adesso perde perché ha iniziato ad abbassare la testa”, lo riprendeva soffiando fuori il fumo del toscano Flavio Faganello, seduto in un angolo del campo centrale, all’ombra del vecchio bagolaro. Rassicurato dalla presenza dell’amico, Alberto però sapeva dare il meglio di sé in doppio, e spesso era proprio lui a tenere in piedi la coppia, con la sua sana concretezza. Insieme passavano interi pomeriggi in piazza Venezia. “Ero lì perché tutti in famiglia frequentavano il circolo”, racconta Claudio. Il fratello Marco era stato un buon junior, la sorella Paola, “Lilly” a sua volta un’ottima tennista. “Io ho imparato da solo, quando ho fatto il primo corso, sapevo già giocare un po’”. Sempre al muro, inseguendo le traiettorie con aria seria e insieme sognante, come se di quella pallina sgonfia e spelacchiata sapesse già tutto. “Giocavamo anche in sei o sette, all’americana, e ci davamo spesso delle gran racchettate per sbaglio nelle gambe. Ma era divertente ed eravamo una gran bella compagnia.”

VITTORIE - Alberto e Claudio vincono il titolo regionale di doppio junior a soli 14 anni, “tutt’altro che rassegnati al ruolo di pollicini inermi – recita il giornale – hanno fatto sudare il primo set al sedicenne roveretano Tovazzi e al diciottenne rivano Luca Negri, li hanno letteralmente beffati nel secondo, nel terzo Negri e Tovazzi, pronti a uscire da un atteggiamento di presunzione con il quale erano probabilmente scesi in campo si sono visti presentare il conto definitivo tra l’incredulità e lo stupore propri e l’entusiasmo del pubblico di piazza Venezia per il brillante successo delle due giovanissime speranze di casa.” Rosini ci mette poco a far emergere le sue qualità: percezione, tocco, coordinazione, controllo. Vince il torneo nazionale under 14 che si gioca sui campi di casa, infliggendo in finale una severa lezione al vicentino Federico Mordegan, protagonista di una dignitosissima carriera nazionale e internazionale che pochi anni più tardi lo porterà al numero 243 delle graduatorie Atp.

FUGHE - A 1987 Claudio e Alberto lasciano piazza Venezia per trasferirsi a Rovereto, dove c’è gente tosta come Eccher, Tosin e Roncarati. Insieme spezzano la lunga egemonia bolzanina e si spingono sino ai quarti del tabellone nazionale, fermati a un passo dal girone finale a quattro, dalla corazzata Ct Palermo, che vincerà poi il titolo. Poi il passaggio a Riva, sulle sponde del lago gardesano, li segue anche Fabio Eccher, dopo tre stagioni alla Virtus Bologna, affiancano Andrea Pederzolli, Daniele Remondini, Enrico Slomp e Christian Mazzardi. C’è tutto il meglio del tennis giovanile provinciale nel gruppo guidato dall’istrione Jack Reader. Ma è un’esperienza in chiaro scuro che si chiude subito, Alex Tabarelli lo porta al Ct Bolzano “Non ricordo perché abbiamo girato così tanti circoli, ci facevano delle proposte interessanti e c’era la possibilità di allenarsi meglio. In quel periodo non c’era molto interesse per l’attività agonistica in piazza Venezia. Non è mai stata un questione di soldi, semmai di stimoli.”

SCUDETTO - Il 1993 è l’anno della maturità, è sceso in terza categoria, ma agguanta la finale di Riva e sbarca in semifinale al Città di Trento, schiantando il favorito Dal Grande con un terzo set da cineteca, alla sua maniera, violenti strappi di diritto e una presa decisa della rete. L’illusione di poter esorcizzare un torneo stregato, però resta tale. Claudio cede al 18enne piemontese Marco Monnecchi, un solido regolarista, che farà una buona carriera Itf raggiungendo il 555esimo posto. La gioia più grande arriva sui campi del Park a Genova, dove si giocano i Campionati italiani di terza. Rosini è la seconda testa di serie di un tabellone a 128, la prima è il piemontese Ivano Rolando. Nei quarti incrocia Daniele Bracciali (futuro numero 49 al mondo), seguito in tribuna da Paolo Bertolucci e osservato dalla FIT. Ha 15 anni, otto in meno di Rosini, tira forte e imperversa per un set e mezzo. “Io però riesco ad allungare gli scambi usando il back, lui sbaglia di più e nel terzo cede. Si può dire che ho vinto remando”. In semifinale c’è Fabio Malgaroli, un ex seconda dal tennis brillante a tutto campo, gran servizio, ma poca tenuta, dopo aver perso al tie-break molla la presa. La finale è con il romano Dario Berrettini, non è nemmeno parente dell’attuale campione azzurro, ma ha un gioco terribilmente concreto, resta sempre avanti nel punteggio, incamera il primo set e sale 4-3 40-15 nel secondo. “Sembra finita e invece commette due doppi falli, vinco un game lunghissimo e lui si scioglie, 6-3 al terzo per me.” Passa B3 da C1, è arrivato il momento di spiccare il volo e invece tutto finisce lì o quasi. “Credo che a 24 anni fosse ormai tardi per raggiungere certi livelli”.

SERIE A - Intanto sbarca all’Ata, e dà il suo determinante contributo nella conquista della serie A1. Ne respira l’aria da lontano, seguendo i compagni sulle tribune. L’infortunio a Matteo Gotti, costretto ad operarsi al braccio per rimuovere una fastidiosa calcificazione al tendine, gli riapre improvvisamente nel 2008 una porta che da tempo sembrava essersi chiusa definitivamente, quella con il tennis che conta.“Una bella soddisfazione anche se giunta inaspettata – ricorda Rosini - Ho dato il massimo, consapevole di quali fossero i miei limiti, non avevo più l’abitudine a giocare a certi livelli e poche partite alle spalle, ma mi ero allenato con impegno e mi sentivo a posto fisicamente. Ho cercato di far valere l’esperienza, quella non mi mancava di certo.” In panchina c’è Max la Brocca, i compagni sono Andrea Stoppini, il mancino toscano Leonardo Azzaro, il giovane Gianmarco Giua e il veterano francese Jean Michel Pequery. Il girone è tosto, ma la squadra centra un’inattesa salvezza, mentre Rosini si toglierà la soddisfazione di mettere sotto il romano di Olbia Igor Gaudì, ex numero 169 al mondo. Dieci anni o quasi l’Ata è ancora a caccia della massima serie. Dal 5 luglio si riparte “La A1 resta una bellissima vetrina per il circolo, e uno stimolo forte per i ragazzi della scuola. Ci sono giovani di valore, che possono riportare su l’Ata. Glielo auguro.”

Autore
Luca Avancini
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