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Toro scatenato: Franco Sani e i ruggenti anni Cinquanta

I ruggenti anni Cinquanta. Il tennis è diviso in due universi paralleli. Da una parte il circuito dei dilettanti che somiglia grosso modo a quello attuale, con i tornei dello Slam e la Davis. Quindi l’altra metà della luna, quella nera, il circuito professionistico di Jack Kramer. Un bel tipo Kramer, alto, secco, sempre ben pettinato, è stato il numero uno al mondo, ma i problemi fisici ne hanno frenato presto la carriera. Ora gira in abiti borghesi con l’aria sorridente, lo sguardo ammaliante, e un ricco contratto sempre pronto nella valigetta. Il pifferaio di Hamelin, lo hanno soprannominato i maligni. Per qualcuno fare il salto può rivelarsi un’operazione piuttosto redditizia, ma si entra in un modo strano, oscuro, costretti per tutto l’anno a giocare ossessivamente sempre con gli stessi avversari. Il carrozzone di Kramer vaga lontano dall’erba di Wimbledon e dalla terra rossa di Roland Garros, se va bene si ritaglia uno spazio al Madison Square Garden, altrimenti all’interno di palestre, persino fienili. Ovunque sia possibile disegnare un rettangolo da gioco. Per non parlare dell’etichetta che ti si appiccica addosso, professionista, equivale a un marchio d’infamia. Questo era il tennis degli anni Cinquanta. Anni carichi di promesse, che rimasero spesso tali. Corsero via brevi e impetuosi come il tennis di Franco Sani, che quel decennio lo attraversò sui campi di casa con una vitalità debordante.

TORO SCATENATO - Una foto ce lo mostra sorridente, camicia candida, fronte alta e ciuffo sbarazzino, lo sguardo complice, accattivante. Stringe la Coppa vinta al torneo juniores di Bolzano del 1952. Tutti i risultati tennistici di Sani sono raccolti insieme ai ritagli di giornale su un piccolo quaderno blu a righe compilato diligentemente dalla mamma. Una signora distinta e discreta, la chiamano “Manon”, ma è per via delle mani grandi, Puccini non c’entra. In mezzo è appiccicata un’etichetta che recita “Vittorie e sconfitte di Franco Sani dal 1952 al 1954”. Tre anni appena, ma sono pieni di speranze per il giovane atleta trentino che non ha avversari in regione tra gli juniores con il suo tennis istintivo, irruente. Il servizio è il suo vero punto di forza, anche perché ha una seconda violenta quanto la prima che colpisce molto spesso di taglio, usando il polso per imprimere alla palla una velocità terrificante. Ha gambe rapide e resistenti insieme, nelle giornate di grazia sembra davvero inarrestabile, capita che il malcapitato avversario di turno riesca appena ad intuire la direzione dei suoi colpi. “Franco Sani era l’unico di noi che avesse davvero delle prospettive”, dirà Agostino Spagnolli. “Era una furia unica sui campi da tennis - aggiungerà Luciano Muraglia, che fu a sua volta un buon giocatore e un ottimo veterano - ”Tutti sognavamo di fare il doppio con lui, aveva un servizio arrotato, prima e seconda, subito a rete. Quando c’era la palla alta bisognava solo scappare. Tirava talmente forte che più di una volta è rimasto soltanto con il manico della racchetta in mano.” Mariella Torta lo definirà con affetto e simpatia “Uno sdramelon”. Un guascone buono e generoso. “Sani aveva una carica agonistica pazzesca - ricorda Giuliano Maistri - Giocare con lui era un piacere. Era imbattibile in doppio misto, anche perché le ragazze dall’altra parte della rete si spaventavano quando lo vedevano venire avanti. Pareva una specie di toro”.

DOPPIO - Nel misto Sani riusciva davvero a esaltarsi, in particolare al fianco di Berta Eghenter con la quale formava una coppia imbattibile. Inattaccabile. Albertina Eghenter, Alberta o più semplicemente Berta, aveva allora 30 anni, un tennis un pochino grezzo, ma tanta forza e volontà. Si allenava di buon mattino, prima di andare al lavoro nello studio del nonno che faceva l’avvocato. “Berta giocava esclusivamente di potenza, possedeva un gran diritto, micidiale, e fulminava le sue avversarie con il lungo linea - spiega ancora Luciano Muraglia. “Era facile giocare il misto con lei - aggiunge Dalla Fior - da dietro non sbagliava mai”. Raggiungerà i vertici della terza categoria, quindici netto, vincerà tanto, ma senza uscire mai di regione. “Una donna adorabile e generosa” chiosa Sergio Ferruzzi. “I soldi che riceveva in premio li spediva alle missioni. In cambio le arrivavano gli auguri di buon onomastico.” “Un giorno arrivò pure una pelle di ghepardo”, ricorda al proposito la figlia Anna, che fu a sua volta una valida giocatrice e che oggi è un'artista di talento. Incostante in singolo Sani farà incetta di premi in doppio al Città di Trento, due in coppia con la sorella Elettra nel 1955 e 1956. L’avevano eletta Reginetta del Circolo, titolo meritato perché Elettra era una ragazza davvero affascinante. “Era brava, ma tutti noi volevamo giocare il misto con lei per la sua bellezza”, confiderà con una punta di malizia Silvio Pretto. Eppure non pareva molto interessata al tennis, sul campo si muoveva sinuosa e aggraziata, ma con l’aria mollemente indolente. Una bellezza delicata che si intuisce appena nei ritagli ingialliti dei giornali, resi fragili dalla polvere e dagli anni. “Elettra, lei ha due gambette deliziose, ma bisogna muoverle nel tennis” le ripeteva il maestro dei maestri Simon Giordano, quando capitava a Trento. In partita comunque sapeva cavarsela egregiamente. Quasi quanto l’amica Cecilia Berti, giovane studentessa del Liceo Classico “Prati”, l’unica tennista della provincia a inserire il suo nome nel 1951 tra quello delle vincitrici della prestigiosa Coppa Porro Lambertenghi, sulla terra rossa del Tc Milano.

GENERAZIONE BOSSI - Agli inizi degli anni Cinquanta Sani entra a far parte del gruppo di ragazzi della Coppa “Bossi”, il torneo nazionale a squadre riservato agli juniores. Oltre ad Agostino Spagnolli, ci sono Franco Zampini, Franco Ossana, Alberto Franzinelli e Sergio Taddei. Sergio è il più piccolo della compagnia, ha solo 14 anni, ma ha talento e un ostinato allenatore, il fratello Marcello, che lo tiene in campo anche se l’altro smania dalla voglia di uscire. Il tennis non ha ancora la fama di sport virile, “quando dicevano: “El zuga a tenis”, lo facevano con un certo disprezzo, prendendoti in giro”, confida. “Eravamo tutti degli autodidatti e appartenevamo a una generazione nata per caso, un gruppo sparuto, sempre qui a giocare per ore e ore con pallacce consumate. Non pagavamo nulla e ci divertivamo.” ricorderà Alberto Franzinelli. E’ il figlio di un noto commerciante della città, aveva cominciato a giocare durante la guerra a sette anni sui campi di Malè dove era stato “sfollato” con la famiglia. “Giocavo tutti i giorni o quasi per passarmi il tempo – racconterà – Senza scarpe, scalzo. Con quelle normali non si poteva entrare, mentre quelle da tennis erano difficili da trovare.” Sani frequenta il circolo solo per allenarsi, deve dividere il tennis con gli studi universitari di Architettura. La squadra vince il titolo regionale e raggiunge gli ottavi del tabellone nazionale, sconfitta sui campi del Ct Parioli. “A Roma trovammo i nostri avversari nudi nello spogliatoio - ricorda con un sorriso Sergio Taddei – Stavano per infilarsi sotto la doccia, ma era una cosa che nessuno di noi aveva mai fatto prima di allora. “Tutti girano con il coso fuori”, venne subito ad avvertirci Ossana. E alla fine ci togliemmo timidamente pure noi le mutande. Ci sentivamo veramente dei peones in quell’ambiente, anche il nostro abbigliamento era modesto, avevamo una sola racchetta a testa e le scarpe consumate.“ Le Superga di Sani poi erano perennemente bucate.

INCIDENTE - Qualsiasi vita può essere stravolta in una frazione di secondo di delirio e di dolore. Quella di Franco Sani cambiò per sempre una mattina d’inverno del 1963 quando la sua Simca 1000 si scontra frontalmente con un’altra macchina sul ponte di Lavis. Il cofano sfonda il parabrezza e gli recide di netto l’occhio destro. Sani arriva al Pronto Soccorso con l’occhio in mano, uno spettacolo talmente impressionante da far svenire l’infermiera che lo soccorre. “Lui era fatto così” sorride ricordando l’episodio Sergio Taddei - non aveva paura di niente. Apparteneva ad una generazione di stoici, gente che si era fatta da sola, abituata a darsi da fare e a rimettersi in sesto senza chiedere aiuto.” In poche parole non ti lamentare e risolviti le cose da te. L’architetto Sani, scomparso nel 2013 a 76 anni, non smise mai di giocare, una benda a coprire l’occhio perso. I suoi colpi però non avranno più il mordente di una volta. Anche il tennis sta per cambiare per sempre, il 30 marzo 1968 si apre finalmente l’era Open. Da quel momento, come scrisse Clerici “i professionisti avrebbero avuto gli stessi diritti dei dilettanti, i migliori tornei sarebbero stati vinti dai giocatori migliori”.

Autore
Luca Avancini
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