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Il tennista che eccelleva nell'atletica: Pio Antonio Caliari

Un campione dimenticato. Una storia lunga e avvincente, senza un vero lieto fine. La vita di Pio Antonio Caliari disegna un arco che si distende splendente per quasi trent’anni, per poi perdersi in fondo alle pieghe del tempo, sbiadita e consumata dall’oblio. Sono in pochi oggi a ricordare il suo nome, eppure fu il primo atleta trentino a vestire ufficialmente la maglia azzurra. Accadde giusto novantacinque anni fa, a Praga, nel corso di incontro amichevole tra la nazionale di atletica italiana e quella ceca, un’umida giornata di maggio. Caliari corse i 400 metri, piazzandosi al terzo posto alle spalle del veneziano Luigi Parolini e del beniamino di casa Jaroslav Vykoupil, che sarà poi bronzo alle Olimpiadi di Amsterdam del 1928. Quelle stesse Olimpiadi che per Caliari resteranno solo un sogno sfocato sullo sfondo di una carriera sportiva, mai capace di spiegarsi compiutamente, dispersa e inquieta come il susseguirsi delle stagioni. Eppure con la sua presenza forte, quasi magnetica, Caliari seppe dare un significativo impulso alla crescita dello sport trentino. Vice presidente della storica società dell’Unione Ginnastica, giocatore e dirigente di punta negli anni Trenta del tennis trentino, presidente dal 1948 al 1949 della Federazione nazionale Sport Invernali, e per diversi anni del Comitato regionale, membro del Comitato Organizzatore delle Olimpiadi di Cortina del 1956, e insieme ad Aldo Ceri, Gian Giacomo Colombo, Fabio Conci, Rolly Marchi e Camillo Rusconi, uno degli ideatori della 3Tre, la celebre gara di sci alpino che ancora oggi si disputa sulla pista del Canale Miramonti a Campiglio.
ENFANT GATÉ - Era quel che si dice un atleta polivalente e versatile, eccelleva nella corse piane veloci, dove infilerà record regionali in serie, ma se la cavava parecchio bene anche nel salto in alto e nel lungo. Alla fine degli anni Trenta figurava ancora al secondo posto nelle classifiche nazionali dell’alto con la misura di 1.75, preceduto solo dal pugliese Giuseppe Palmieri, che sarà poi cestista e allenatore della Virtus Bologna. La sua miglior prestazione da lunghista, un balzo di 6.91 metri, gli è valsa per molti anni il primato regionale di specialità. L’”enfant gaté”, così l’aveva soprannominato un noto cronista dell’epoca, Umberto Grillo, forse per via di quell’incedere sinuoso, l’aria distaccata quasi sprezzante, si faceva ammirare per “l’allungo fortissimo e l’elasticità del suo stile”. Sempre diviso tra campo e scrivania, nel 1928, a soli ventitré anni, viene chiamato a ricoprire anche il ruolo di vice presidente del neonato Ente Sportivo Provinciale in seno alla Federazione fascista di Trento, affiancato dai rappresentanti degli altri sport. Una “specie di Coni in miniatura”, scriverà Ottone Bill Cestari nella sua monumentale storia dell’atletica, “formato da sportivi competenti ed entusiasti, che si misero tutti al lavoro con molta buona volontà.”

PORTAVOCE - E a Caliari competenza ed entusiasmo non mancavano di certo, in particolare per quella nuova disciplina di cui si sentiva ideale interprete e portavoce, il tennis, scoperto solo qualche anno prima, ma già diventato una passione travolgente. I pregiudizi che accompagnano il sissy game, il “gioco da signorine”, sembrano ormai aver perso gran parte della loro presa. Di sicuro è cambiato il suo atteggiamento verso uno sport che il fascismo scrutava con sospetto, per i suoi tratti ancora troppo britannici. “Prima della Grande Guerra noi ragazzini ci accontentavamo di fare da raccoglitori di palle - racconterà sferzante - “Non eravamo per nulla allettati di dover correre a destra e a sinistra, quanto piuttosto di poter tra un campanile e l’altro che mandava le palle al di là della rete metallica nel bosco sottostante, nasconderne qualcuna e servirsene poi per giocare a palla avvelenata. Guardavamo a quei giocatori o a quelle giocatrici quasi con compassione, gente apatica, effeminata e rammollita, nel vero senso della parola.”
DUCA - Caliari era nato a Vò Sinistro di Avio il 1 dicembre 1905, figlio di un piccolo commerciante trasferitosi presto nel capoluogo. E qui, ragazzino estroso ed esuberante, Pio Antonio aveva cominciato a coltivare il suo talento, e come tanti la sua voglia di rivalsa che si alimentava con la miseria, le macerie di una guerra che aveva concimato a sangue questa terra. A diciotto anni è già una promettente stella dell’atletica nazionale, primo sul traguardo della gara dei 100 metri nel meeting internazionale di Merano del 1922, davanti al campione milanese Giovanni Tosi. Attira le attenzioni del Duca Amedeo d’Aosta, grande appassionato di tennis e valente doppista, salito a Merano proprio per seguire la seconda edizione del Torneo Internazionale di tennis, destinato a diventare uno degli appuntamenti di maggior prestigio della stagione europea. Il Duca vuole stringere la mano e conoscere l’età del giovane atleta: “A diciott’anni correvo anch’io, mi darebbe un centinaio di metri di vantaggio ora?” ammicca affabile. Caliari si limita a sorridere con deferenza. Pure lui si è perso con lo sguardo in quei caldi giorni di fine estate a seguire il vicino torneo di tennis. Colpito dalle raffinatezze del gioco, di cui comincia ad apprezzare le componenti indispensabili di forza e abilità.
GENTLEMAN - Imparerà i rudimenti sul rettangolo del Briamasco, il primo realizzato in città, nell’autunno del 1926. E vi si dedicherà con sempre maggiore trasporto, rubando tempo ed energie all’atletica. Il tennis d’altronde era la perfetta espressione di quel giovane mondo bello e aristocratico che lo attirava tanto. “Era un gentleman, un uomo brillante e di bell’aspetto, dallo straordinario talento atletico. Non arrogante, ma dalla personalità forte - lo ricorda così Roberto Moggio, campione di marcia e giornalista - metteva tutte le sue energie nell’essere e non solo nell’apparire, anche se vestiva sempre all’ultima moda, in maniera ricercata. A differenza di molti aveva avuto la possibilità di viaggiare in Europa, di affinare il gusto e la sensibilità”. Caliari incarnava alla perfezione il fascino della giovinezza, la radicalità di uno stile nuovo, più libero e disinvolto. “Frequentava la Trento bene di quegli anni - aggiunge Moggio - e aveva sposato una delle figlie del dottor Gilli, primario di Radiologia. Il matrimonio era stato un avvenimento mondano all’epoca, se n’era parlato sui giornali, per lo scintillio dell’abito della sposa, l’eleganza degli invitati.” Un matrimonio destinato tuttavia a non durare.
ATLETICO - Il tennis intanto non è più solo un semplice passatempo. “Uno sport preatletico”, spiegherà sulle colonne sportive del quotidiano fascista “Il Brennero”, in un lungo e accalorato articolo. “Il Tennis sport da effeminati? Giudizi affrettati di sportivi “alla carlona”. Scatto dei muscoli, pronta intuizione, fulminei, intelligenti spostamenti, capacità di polmoni, ecco le principali qualità richieste a un giocatore perché possa essere chiamato tale. Per il tennis è necessario possedere una grande preparazione fisica e morale, ed è per questo che vedremo persone di scarsissimi mezzi intellettuali brillare in parecchi sport atletici, mentre sarà impossibile a un giocatore dalla mentalità ristretta salire molto in alto sulla scala delle grandi vittorie tennistiche.” Caliari era un autodidatta, ma possedeva una straordinaria coordinazione. Le sue doti gli permettevano di muoversi agilmente in campo, la preparazione fisica lo rendeva imbattibile a quei livelli contro medici e ingegneri, e avversari in genere un po’ attempati. Non stupisce che negli anni Trenta domini incontrastato la scena regionale, e che i circoli di Bolzano e Merano se lo contendano a lungo per ben figurare nei tornei nazionali. Prima che le bombe spazzino via tante illusioni e speranze.

DECLINO - Nel secondo dopoguerra è responsabile dell’Ente Turistico Trentino. Uno degli ultimi incarichi importanti. “Ricordo che ci convocava spesso nel suo ufficio, noi giovani cronistelli dell’epoca - racconta ancora Moggio — Voleva che lo aiutassimo a trovare slogan per le sue campagne turistiche. Una volta nel pieno della discussione ci fermò e disse, “ci serve qualcosa di semplice, in fondo noi abbiamo due grandi cose, le Dolomiti e il vino buono.” E fu così nacque il motto “Del Trentino le Dolomiti e il Vino”, popolare negli anni Cinquanta. Interpretò il suo ruolo istituzionale con grande ardore, fu uno straordinario promotore di eventi, presente in tutte le manifestazioni.” L’uscita di scena sarà dolorosa, non sa e non può rassegnarsi a ruoli di secondo piano. Moggio lo vorrà accanto a sé a Cavalese nel 1971 alla prima della Marcialonga, ma Caliari è ormai il ritratto di uomo spento e malinconico, nessuno lo riconosce più. Si è ritirato a Malcesine dove ha una piccola agenzia turistica, e qui morirà in un incidente stradale nel 1978. Poche righe lo ricorderanno sui giornali.

Autore
Luca Avancini
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